Make your own free website on Tripod.com

 

 

AUTORI '800 - '900

 

 

Wilde

Orwell

Mc Evan

Sciascia

Stevenson

Schelly

Duras 

Schnitzler 

Conrad

Salinger

Bellow

Gadda Stendhal Joyce Kundera Yourcenar Dostoevskij Canetti Dickens Kafka Musil Mann
Nabokov Pasolini Faulkner Sepulveda Steinbeck Moravia Maraini Fallaci Jimenz Flaubert Lawrence

 

  

ELSA MORANTE

 

Nata a Roma nel 1912. Si legò negli anni della guerra e del primo dopoguerra a Alberto Moravia e poi, per un breve tempo, a Luchino Visconti. Morì a Roma nel 1985. Si rivelò tra il 1935 e il 1940 scrivendo eleganti cronache di costume per riviste culturali. Da quell'esercizio giornalistico nacque il primo volume di racconti, Il gioco segreto (1941). In quello stesso anno pubblicò la favola Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1941). L'opera che la impose alla critica fu Menzogna e sortilegio (1948). La vicenda è quella della decadenza di una famiglia gentilizia del sud, attraverso la ricostruzione allucinata che ne fa una giovane donna sempre rinchiusa nella sua stanza. Il romanzo precisa la poetica favolosa e magica di Morante nei termini di angosciosa separazione dalla realtà. L'autrice narra in prima persona la storia della propria famiglia. La storia ha inizio con il matrimonio di Cesira, nonna di Elisa (la narratrice), con Teodoro Massia discendente di una ricca casata aristocratica presso cui Cesira lavorava come istitutrice. Dalle nozze nasce Anna, che trascorre la propria fanciullezza coltivando il mito del bel cugino Edoardo, tenebroso capriccioso e irascibile figlio di Concetta, la più ricca sorella di Teodoro. Il loro primo fortuito incontro fa nascere nella ragazza un ambiguo sentimento che appare ben presto ricambiato. Anna e Edoardo vivono un singolare rapporto di 'cuginanza', dietro cui si nascondono profondi affetti, che il giovane sembra voler ripetutamente rimuovere. Durante gli studi Edoardo conosce Francesco Di Salvo, figlio di contadini che si fa passare per aristocratico, con cui si lega in stretta amicizia. Francesco ha come amante la bella Rosaria, esuberante e sempre in bilico tra vitalità e volgarità, al cui fascino Edoardo cede. Molte le peripezie, durante le quali le due coppie soffrono di gelosie, inganni, risentimenti. Francesco sposa Anna e mette al mondo Elisa. Edoardo è colpito con sempre maggiore frequenza dalla malattia che lo accompagna dalla giovinezza: chiuso nel suo mondo di paure fantasmi e tenebrosi presentimenti, va verso la morte. Rosaria fa una vita di orgogliosa solitudine. A distanza di anni, stringe amicizia con Elisa, e diventa per lei una specie di maestra di vita. Francesco muore in un incidente sul lavoro. Anna è consumata dalla malattia, mentre insegue misteriose lettere un tempo scambiate con l'amato cugino. Elisa, con accanto la forte presenza di Rosaria, affronta la vita. In forme più turbate e assillanti, il tema della solitudine, nutrita di miti ambigui e funesti, torna nel romanzo L'isola di Arturo (1957), storia della difficile maturazione di un ragazzo che vive come segregato nel paesaggio immobile dell'isola di Procida, all'ombra del grande penitenziario. Dopo la raccolta di versi Alibi (1958), e i racconti dello Sciallo andaluso pubblicato in volume nel 1963 ma usciti sparsamente negli anni precedenti, volume di svolta nella sua poetica è dato da Il mondo salvato dai ragazzini (1968). Articolato in testi dalla forma prevalentemente poematica, con strutture strofiche che ricordano gli esperimenti della neoavanguardia di quegli anni, accosta organismi letterari di segno diverso, dal dramma alla satira, dal 'manifesto' al documento ideologico. Elemento unificante è una specie di tensione vitalistica che libera i fantasmi della sofferenza claustrale nel credo quasi giocoso dell'anarchismo e del pauperismo, nella fiducia accordata ai «ragazzetti celesti», ingenui portatori dell'unica possibile felicità, quella dell'innocenza astorica e divinamente barbarica. Quella di Morante è una visione utopica, che sta alla base anche del vasto affresco intitolato La storia (1974), che racconta l'odissea bellica dell'Italia e del mondo nel periodo 1941-1947, riflessa nell'umile microcosmo di una famigliola romana, composta da una donna spaurita e immatura, da un ragazzotto, da un bambino e da un paio di cani. Siamo nella Roma devastata dalla guerra e poi avviata in una incerta ricostruzione. Un soldato tedesco smarritosi nel quartiere di San-Lorenzo, incontra Ida Ramundo, una maestra elementare vedova che vive con il figlio Nino. In un fuggevole rapporto, viene concepito Giuseppe, che porterà una nota di allegria nella misera vita della donna e del primo figlio. Sotto i bombardamenti Nino fa le sue prime esperienze di ardimentoso giovanetto, e Giuseppe apre gli occhi su un mondo singolare. La loro casa è distrutta dalle bombe. Si trasferiscono a Pietralata, in un grande rifugio per i senza tetto. Nino esaltato da discorsi e desideroso di abbandonare la sua povera esistenza, si arruola nelle camice nere. Passano mesi senza dare notizie. Torna improvvisamente, partigiano, assieme a Carlo Vivaldi «anarchico non violento» che in seguito si rivelerà essere l'ebreo David Serge. Il dopoguerra è difficile. Carlo va al nord per un breve lavoro in fabbrica. Nino rifiuta il ritorno alla normalità e ritiene di dover continuare la lotta armata contro il nuovo ordine: muore in un conflitto a fuoco. La disperazione di Ida si placa solo davanti al vitalismo di Useppe (= Giuseppe). Intanto David torna a Roma, vive in una baracca, forse malato. E' divenuto grande amico del bambino. Un giorno viene trovato morto nella sua povera casa, ucciso dalla droga. Useppe è minato dall'epilessia: Ida lo assiste impotente. Alla crisi fatale, Ida impazzisce, rimanendo a vigilare immobile, il corpo del figlio. Accusato di ripristinare anacronisticamente messaggi poetico-consolatori, il romanzo esplicita uno 'scandaloso' rifiuto della storia, opponendo problematicamente il mondo 'fanciullo' e 'povero' al mondo fittizio, generatore di morte e di scempi. Intenso è anche il romanzo Aracoeli (1982), dove l'autrice disegna il ritratto dolente di un personaggio 'diverso', disperatamente proteso a ricostruire, attraverso un viaggio che non è solo della memoria, l'amata figura materna perduta e irraggiungibile. Anche in questa opera, ma con tratti più angosciati e sconvolti, la prosa di Morante conferma un carattere fondamentale, un equilibrio miracoloso tra candore magico-evocativo, simbolica, e la sinuosa febbrile capacità di penetrazione psicologica.

 


L'ISOLA DI ARTURO

 

 

La nostalgica ed ironica fantasia di Arturo, la voce narrante in cui la Morante si identifica, non «saprà mai concepire» la ristrettezza della morte; quindi lascia che a «confronto di questa infima misura», diventino «signorie sconfinate non dico l'esistenza di un misero prigioniero dentro una cella, ma perfino quella di un riccio attaccato allo scoglio, perfino quella di una tignola!». E così al ritmo di una musica sinfonica, trasformando l'umile, storica e quotidiana realtà nel mondo atemporale e magico del mito, Arturo, il fanciullo-eroe dal nome di stella, rievoca la propria infanzia e la propria adolescenza.

In modo del tutto singolare rispetto alla letteratura memorialistica della prima metà del Novecento, la mitica iniziazione di Arturo alla vita non viene tanto raccontata, quanto piuttosto con precisione spassionata indagata ed illustrata, al fine di esemplificare le tappe fondamentali di quel difficile percorso che conduce dalla «malefica e meravigliosa» isola dell'infanzia alla coscienza di sé e al mistero della vita adulta. Tuttavia, l'arte menzognera del romanziere Elsa Morante, quanto più manifesta e lascia trasparire, tanto più vanifica e nasconde nel potere suggestivo delle immagini e dei simboli. Così, per il fanciullo-eroe, Arturo-Boote diventare adulto equivale ad abbandonare Procida: la solare felice isola dell'infanzia, l'isola delle Certezze assolute, lo spazio chiuso e senza tempo, su cui vaga «sospesa nell'aria» l'arcana divinità della madre perduta. E lo svelamento della realtà e della vita ha fatalmente inizio con l'arrivo a Procida della giovanissima sposa del padre, Nunziatina, figura di madre-amante-bambina, definita dalla critica «una delle immagini più vive e sorprendenti del nostro romanzo contemporaneo». Varcate, infine, tutte le frontiere, oltrepassate le Colonne d'Ercole, dissolte tutte le certezze, Arturo Gerace lascia il mondo del mito, ed entra nel mondo della storia con l'acquisita consapevolezza che «Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra, / fu tutto». Facendo sentire «i sospiri infantili eternamente, come quelli dell'universo», tutto il romanzo è scritto conoscendo e al tempo stesso ignorando questa medesima certezza: «fuori del limbo non v'è eliso».


Bibliografia

 

Il gioco segreto (1941)


Le bellissime avventure di Caterì dalla trecciolina (1941)


Menzogna e sortilegio (1948)


L'isola di Arturo (1957)


Alibi (1958)


Scialle andaluso (1963)


Il mondo salvato dai ragazzini (1968)


La storia (1974)


Aracoeli (1982)



Musica midi su tema di Fryderyk Chopin

 

BACK


NEXT

 

HOMEPAGE